Intervista a Stefano Maffei

STEFANO MAFFEI è architetto e Ph.D in Design. Ha studiato con Tomas Maldonado e Ezio Manzini.
E’ Professore Associato presso la Facoltà del Design del Politecnico di Milano, membro del Collegio del Dottorato di Ricerca in Design, di DES (Centro per il Design dei Servizi) presso la medesima Facoltà e della Faculty del Master in Design Strategico del Consorzio Universitario Poli.Design. Ha coordinato per anni la rete delle agenzie SDI per la ricerca universitaria in design. Per ADI Design coordina la Commissione Tematica sul Design dei Servizi e di Design Policy. E’ stato coordinatore di OPOS, esperienza seminale italiana di incubazione di giovani designer; è consigliere scientifico di Reggio Children, la più importante realtà italiana
nel campo della pedagogia e dell’educazioni dei bambini. Ha fondato lo studio M+A+Pdesignstudio i cui lavori sono stati più volte selezionati per l’ADI INDEX. Curatore di mostre di design,scrive su riviste di settore ed ha pubblicato con diverse importanti case editrici (Eleuthera, Abitare Segesta, Maggioli, Motta).

Il 29 febbraio 2012 ha presentato il libro “FoodMood”, edito da Mondadori Electa e scritto con Barbara Parini, all’Eco Bookshop di Valcucine.

Ci consiglia il libro “Design and the elastic mind”, il catalogo di una grande mostra fatta al Moma che mostra una grande prospettiva di cambiamento.
E poi i libri di Gilles Clement, che ci mostrano come le categorie siano cambiate e continuino a cambiare, spronandoci quindi a tornare ad essere capaci di cambiare anche noi.

A

Una brillante carriera nell’ambito del design, ma che in realtà sembra spaziare in ambiti diversissimi tra loro: dal mondo del food con il recente libro “food mood” al tuo ruolo di consigliere scientifico di Reggio Children: da dove nascono interessi in ambiti apparentemente così distanti ? E che cosa hanno in comune?
Credo dipendano da quella che è la mia storia personale di formazione e da quello che io credo il design sia.
Ho avuto una formazione piuttosto tipica ma con qualche particolarità che ha segnato il mio percorso in modo determinante: ho studiato architettura scegliendo l’indirizzo di disegno industriale ed arredamento al Politecnico di Milano, dove al tempo insegnavano personaggi del calibro di Castiglioni e Zanuso, che certamente hanno ispirato e stimolato la mia passione per design, così come lo ha segnato in modo importante la scelta di un relatore di tesi che non fosse un progettista ma un teorico puro del design molto importante e famoso come Tomas Maldonado, con cui ho svolto una tesi teorica (e non progettuale come al tempo era più comune) su “macchinismo e produzione”, un excursus storico che partiva dai filosofi dell’antichità sul mondo della tecnica e delle macchine per dimostrare come questo aveva influenzato il pensiero del disegno industriale. Ho fatto questa tesi applicando un approccio culturale, accademico e scientifico, un modo di pensare non comune all’epoca che Maldonado aveva portato dalla scuola di Ulm, che ha quindi fatto si che la mia visione del design già di partenza non fosse assolutamente quella classica e tradizionale. E questo è ciò che poi ha influenzato in tutta la mia vita il mio processo di ricerca, di lavoro, di crescita professionale e culturale. E da questo deriva quello che accomuna tutte le mie diverse esperienze, ovvero quel che io credo il design sia: trasformare il mondo. Partendo dalla progettazione dell’oggetto in una dimensione più contenuta fino ad arrivare ad ambiti molto più ampi e complessi, come la progettazione dell’ambiente, di città, di nuovi modelli di produzione o di servizi. Le mie esperienze passate e attuali estremamente differenti tra loro, a volte anche in modo apparentemente bizzarro, rispecchiano quello che è il mio approccio al design: un approccio transdisciplinare, non ancorato ad una sola dimensione di tipo professionale, che non ha a che fare solo con la definizione di estetica e forme artefatte ma ha a che fare anche con i processi, con la costruzione di visioni e con la dimensione del servizio. Credo che nel futuro ci saranno sempre meno persone specializzate e sempre più persone come me che hanno carriere non così comprensibili e apparentemente contraddittorie.

Ci racconti com’è nata l’esperienza di SUBALTERNO 1 e come si sta sviluppando?
Subalterno 1 è il tema di cui mi sto occupando molto ora, ovvero il ragionamento di come stia cambiando il design, che cosa faccia il design nella società contemporanea e quali siano le opportunità che il design ha per cambiare questa attività. Tutto nasce da una riflessione che in molti stiamo facendo ultimamente sul fatto che i mercati e la relazione tra produzione e consumo della società contemporanea avanzata sia cambiata: mercati in cui la dimensione di redditività e produttività di una merce non è data solo dal modello classico di produzione di massa, economia di scala e vendita in grandi quantità, ma anche da un modello differente che si basi su un modello di produzione della merce quasi 1 a 1, che contempli per esempio nuovi luoghi di distribuzione che non siano fisici (vedi amazon). Questo tipo di riflessioni è inizialmente nato in un ambito di merci che hanno a che fare con i bit, vedi file musicali, video etc. che non comportano costi di produzione o di distribuzione aggiuntivi anche in caso di acquisto di un solo file. Quindi non solo grandi numeri che fanno grandi fatturati ma anche su numeri piccoli, sulla singola merce venduta anche singolarmente, andando contro alla concezione “classica” del design industriale delle grandi produzioni. Subalterno 1 si occupa quindi di promuovere autoproduzione, è uno spazio di sperimentazione progettuale per persone che invece di fare la trafila classica (fare un progetto e proporlo ad un’azienda che lo produca ed essere pagato per quel progetto) lavorano su una figura nuova che abbiamo chiamato “designer-impresa”, ovvero un designer che controlla il processo ma allo stesso tempo fa anche impresa e quindi decide di assumersi temporaneamente i rischi di prendere un suo progetto e trasformarlo in un qualcosa che porta fino al mercato. Non necessariamente secondo noi questa figura deve fare tutto a mano, lui dovrà essere l’organizzatore: se è un designer artigiano potrà anche produrre fisicamente il suo progetto da solo, oppure potrà scegliere di utilizzare le capacità produttive esistenti e spesso inutilizzate, l’importante è che attui il suo progetto dalla sua ideazione a quando la distribuisce. Ciò non significa che il designer diventa un’impresa, o non necessariamente: può essere un’attività collaterale alla sua, può essere sporadica, e può essere diversa di volta in volta. Secondo noi questa sarà la nuova forma di consumo futura: una produzione flessibile fatta di piccoli, di alta qualità, con questa nuova formula di ideatori-creatori, che preveda anche nuovi spazi e luoghi di acquisto. Subalterno 1 va in questa direzione, è uno spazio/galleria off (in Via Conte Rosso 22, zona Ventura Lambrate) che fa promozione culturale sull’autoproduzione, fa mostre programmate su questo tema, come “analogico digitale”, mostra fatta quest’anno che ha avuto un buon successo, e “autoproduzione italiana” mostra fatta nel 2011, grazie alle quali siamo diventati una realtà riconosciuta su questo tema, ricevendo anche riconoscimenti dalle associazioni più tradizionali come ADI, che da quest’anno assegnerà un compasso d’oro per le autoproduzioni, riconoscendo ufficialmente quindi questa nuova categoria. Siamo parte di una rete che connette persone con background diversi per facilitare questo nuovo processo. Il nostro obiettivo nel futuro è quello di arrivare a creare una vera e propria maker facility, un posto dove queste nuove figure possano venire a progettare, sperimentare e anche produrre le loro merci.

Parliamo del libro che hai presentato all’Eco Bookshop, “Food Mood”: un percorso che testimonia la trasformazione e la continua ricerca e sperimentazione dei grandi chef e del design applicato agli strumenti e alle tecniche culinarie. Come hai svolto questa ricerca? Ci racconti qualche caso che hai trovato di particolare interesse?
Il libro “food mood” è una applicazione di quell’approccio trasversale di cui parlavo prima nel campo del food, un ambito solitamente caratterizzato dagli specialismi: chi si occupa solo di ricette, chi solo di grandi chef, chi fa solo recensioni…. in realtà questo è un grande mondo con tanti stimoli reciprocamente collegati in maniera molto interessante, ed è questo l’approccio secondo me che si dovrà avere nel futuro in questo ambito. Il nostro metodo di ricerca è stato quindi quello di cercare di sfilare i separatori che tenevano tutti i protagonisti del libro da una parte piuttosto che dall’altra, e facendo ciò ci siamo accorti che molte di queste persone erano molto più sperimentatori di quello che immaginavamo. Ci siamo avvicinati ad alcuni chef che sono dichiaratamente dei designer, che quindi applicano un vero e proprio un processo di progettazione alla loro cucina per farne un’esperienza a 360 gradi, che va al di la del solo gusto. Siamo partiti dagli chef progettisti ma poi siamo andati anche ad analizzare quello che stava loro intorno: la sperimentazione, la curiosità, gli interlocutori diversi ed impensabili che hanno cercato per sviluppare nuove strade, nuove macchine e nuove fruizioni. L’esempio più lampante di questa sintesi trasversale è Ferran Adrià, un vero genio del contemporaneo, un innovatore che ha inventato non solo un tipo di cucina assolutamente unica grazie ad una vera sperimentazione, ma anche gli strumenti per andare a produrla, trasformandosi in un’impresa innovativa avanzata che mentre produceva un nuovo servizio ai suoi clienti metteva anche in campo tutto l’insieme della visione e della testimonianza di quel che faceva: dalla ristorazione esclusiva sono infatti diventati editori, hanno sistematicamente catalogato tutti i piatti e le sperimentazioni creati dall’apertura del ristorante, hanno creato un vero e proprio manifesto artistico avanguardistico sulla cucina, hanno sollevato questioni discutibili ma a tutti gli effetti veri e propri dubbi di progetto: perché per esempio il dolce deve stare alla fine e non all’inizio di un pasto? hanno fatto prove, hanno evidenziato dei limiti, hanno introdotto l’uso delle materie, hanno cambiato il senso del gusto, hanno sperimentato (si pensi alle liofilizzazioni), hanno cercato le competenze diverse necessarie a portare avanti questi processi di trasformazione del cibo. Questo è quello che io definisco design.

Come ti definisci? E qual è la difficoltà maggiore che incontri oggi nel portare avanti i tuoi progetti?
Mi definisco un “Maverick”: è l’idea di una persona che cerca di non conformarsi e che fa un cammino di sperimentazione solitario, di esplorazione. La maggiore difficoltà che trovo nel fare questo è contestuale:
l’Italia è un paese conformista, non è un paese per giovani, non premia iniziative individuali e “fuori dalla norma”. Non è impossibile fare le cose in Italia, solo che ci vuole molto più tempo rispetto ad altri posti.

In questo momento di crisi cosa puoi suggerire ai giovani che intendono avvicinarsi al mondo del design? Quali sono secondo te gli ambiti su cui puntare?
Cambiare punto di vista. Il mondo non è solo oggetti materiali ma è anche design dei servizi e design dell’interazione, ambiti che sono in crescita esplosiva: gli oggetti incorporeranno sempre più un’intelligenza relazionale o connettiva: gli oggetti fisici acquisteranno un sistema di scambio tra reale e virtuale, per esempio una sedia che dialogherà con qualcosa o qualcuno. Non puntare su queste nuove strade credo sia folle e infatti l’Italia purtroppo non ci sta puntando.

Tre parole chiave che per te definiscono la sostenibilità.
Servizi, Nuovi modelli di produzione e distribuzione, Fabbricazione avanzata.

 

L’intervista è a cura di Silvia Napolitano di Greenability per Valcucine.

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