Intervista a Matteo Zazzera

Matteo Zazzera è appassionato ciclista dall’età di undici anni, del ciclismo e della bicicletta ha fatto il suo lavoro. Fondatore nel 2008 di Iride Fixed Modena insieme a Walter Carrubba, Francesco “K” Capitani, Rocco Bizzarri e Luca Bizzarri, marchio di biciclette a scatto fisso completamente prodotte in Italia. Fondatore insieme a Claudio Bassi della nuova Iride20, agenzia di organizzazione di iniziative sportive legate al mondo della bicicletta.

Nel 2010 ha collaborato con Valcucine in occasione del Fuorisalone. Da questa cooperazione è nata Iride-Demode SC, prima squadra italiana di biciclette a scatto fisso della quale ne è il Presidente. Iride-Demode SC è sponsorizzata da Valcucine.

Organizza dal 2014 il “TROFEO IRIDE, the first italian criterium challenge”, riservato alle biciclette a scatto fisso.

 

Come è nata l’idea della bicicletta a scatto fisso e quali sono le motivazioni che ti hanno portato a produrre biciclette di questo tipo?

Viaggiando con i miei soci in diverse e disparate parti del mondo abbiamo notato un nuovo modo per girare in città a livello urbano: la bici a scatto fisso. Esisteva già da tempo in quanto la bici è nata proprio a scatto fisso, ma la vera rivoluzione tecnica è avvenuta agli inizi del 1900 con l’inserimento della frizione che lascia libero il movimento delle gambe. Pedali quando vuoi, ti fermi quando vuoi, riprendi la pedalata quando vuoi.

Chi ne faceva uso in questo periodo erano coloro che consegnavano la posta in città, i bike messenger, i precursori dei pony express di oggi. Non disponevano di grandi possibilità a livello economico ma necessitavano di una bici resistente e costruita in maniera adeguata. La bici a scatto fisso faceva al caso loro poiché non aveva rapporto né freni e permetteva un contenuto costo di manutenzione. E a loro piaceva la sua semplicità e il suo lato estetico, tecnico e funzionale.

Da lì in poi, molte persone hanno sposato la causa della bici a scatto fisso. L’Italia è il paese che ne ha prodotte più di tutti nel periodo a cavallo tra gli anni ‘50 e gli anni ‘80 grazie alla crescita della domanda perché a livello sportivo le bici a scatto fisso erano e sono le bici utilizzate su pista nei velodromi.

I messenger si recavano ai vecchi velodromi in chiusura o in rinnovamento per comprare le loro biciclette. Di conseguenza chi come noi si inventava un marchio, un modo di essere, seguiva lo stesso percorso, andava nei velodromi e prendeva un po’ di bici.

Nel momento in cui le bici hanno cominciato a scarseggiare nei velodromi, abbiamo iniziato a produrle. Il bacino d’utenza era maggiore e quindi necessitava della nostra convinzione, era anche un banco di prova per il nostro progetto. Vogliamo produrre noi, vogliamo essere noi a fare qualcosa per gli altri, qualcosa che non è mai stato fatto, piccole modifiche, evoluzioni del mezzo, ricerca di materiali utilizzati.

Questo prodotto può essere considerato un fattore innovativo? Se sì, l’innovazione è legata alla tecnica o anche a nuovi valori?

L’innovazione è quasi più legata ai valori che alla tecnica.

Dal punto di visto tecnologico l’evoluzione dei materiali è conseguente all’impiego degli stessi materiali utilizzati nel ciclismo classico e nella mountain bike. A livello tecnico ciò che ha valore è la cura dei dettagli mentre negli altri ambiti della produzione di biciclette classiche si tende a dare più valore al marchio che non alla particolarità.

Dal nostro punto di vista siamo tutti micro-produttori sparsi per l’Italia e per il mondo, abbiamo fatto “scuola di particolare”, abbiamo una cura maniacale del mezzo a partire dall’abbinamento cromatico, dalla ricerca dei materiali fino alla tecnologia. Per noi essenzialità è semplicità.

Il cliente stesso ricerca sempre una bici che sia un pezzo unico, un mezzo essenziale ed esteticamente importante. Per questo la ricerca deve essere continua per soddisfare sempre il cliente. In questo settore i magazzini, anche se piccoli, hanno una grande diversificazione di materiali e colori.

Il valore nuovo è invece l’aggregazione, diversa dal raduno. Incontrarsi per strada è quasi uno stile di vita, per me lo è stato e ho cercato di diffondere questa filosofia, utilizzare la bici il più possibile.

“Car is over”, uno dei nostri motti.

Sempre più spesso in Italia tutto è tranquillamente alla portata della bicicletta, non il contrario e quindi il valore  aggiunto è rendersi conto di ciò che ci circonda. E l’aggregazione è data proprio dagli incontri, anche casuali. Un particolare tipo di incontro che segue questa filosofia è costituito dagli alleycat, connotati a livello competitivo ma anche importanti per stare insieme.

Quali sono secondo te i valori fondamentali che stanno dietro allo sport in generale e al ciclismo in particolare?

Lo sport è una scuola di vita, è passione e condivisione. Difficilmente troverai un’esperienza simile allo sport che ti porterà a condividere emozioni con così tanta passione. Ci si avvicinano i concerti e gli studi ma lo sport porta tutto ad un livello di dinamica mentale molto più elevato, aprendo nuovi orizzonti. Lo sport racchiude fatica fisica, agonismo, voglia di vincere, capacità di superare sconfitte, voglia di superarsi… Permette di imparare a stare con gli altri e vivere esperienze, sia da ricordare sia da dimenticare.

Lo dimostra anche il fatto che tutti i paesi con un minimo di senso civico fanno dello sport una scuola di vita. Lo sport è parte fondante della società ed esiste da sempre insieme al gioco. Il senso di aggregazione che si vive attraverso lo sport è unico perché una delle sue basi è il divertimento.

L’agonismo invece è diverso. Il ciclismo agonistico è la mia passione. Ho praticato ciclismo agonistico dagli undici fino ai ventuno anni, quando ho avuto un infortunio. “Sono uscito dall’agonismo ma non ho mai smesso di pedalare.”

Il ciclismo agonistico al contrario di quanto non sembri è uno sport di squadra vero e proprio. Si vince da soli ma senza squadra non si vince nulla. Mette il corpo alla prova e questo lo rende, a parer mio, uno degli sport più intensi in assoluto. Per chi lo guarda non è così. Sembra rapido, veloce, ma non capendone gli sforzi e le dinamiche di squadra si fa fatica ad appassionarsi. Quando lo pratichi capisci che la bicicletta richiede talento e soprattutto testa, spirito di conservazione delle proprie energie e spirito di squadra.

C’è un filo conduttore che lega il tuo prodotto alla sostenibilità?

Dal punto di vista della produzione cerchiamo sempre di proporre un manufatto che sia il meno inquinante possibile, abbiamo materiali certificati, metodi di produzione certificati e quant’altro, ma c’è ancora molta strada da fare.

Il filo conduttore reale tra il mio prodotto e la sostenibilità passa attraverso un approccio diverso allo stile di vita. Scegliendo la bicicletta, la mobilità ne risente positivamente.

Negli ultimi anni a Modena, per esempio, c’è un incremento di vendita delle biciclette nelle scuole superiori, mentre sta calando l’acquisto dei motorini. È naturalmente una moda, ma la considero comunque paradossalmente utile. “Paradossalmente” perché educare alla mobilità sostenibile dovrebbe essere un fattore primario e non diventare una tendenza. Ma se la “fixed” può servire a rispettare il mondo che ci circonda, ben venga.

Tre parole chiave che per te definiscono la sostenibilità.

Cultura, matematica, servizio.

Un libro che consiglieresti ai lettori dell’Eco Bookshop Valcucine.

Intelligenza ecologica”, di Daniel Goleman.

 

Martina Artegiani, Eleonora Passoni

 

Credits Photo: Angelo Ferrillo Photo

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